Intervista a Gabriele Dolzadelli, autore della saga Jolly Roger

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Gabriele Dolzadelli è un giovane autore che dal 2014 si è affacciato nel mondo dell’editoria indipendente pubblicando la sua saga Jolly Roger, ambientata nei Caraibi del ‘600. Azione, colpi di scena e amori che hanno tenuto con il fiato sospeso centinaia di lettori. La saga si compone di cinque volumi, s’inizia con “La terra di Nessuno” si prosegue con “Le chiavi dello scrigno”, “I fratelli della costa”, “La torre del ribelle” e si finisce con “Il piano di Archer”. Tutto inizia nel 1670 quando Sidvester O’Neill parte per il Mar dei Caraibi con destinazione l’isola di Puerto Dorado con l’obiettivo di ritrovare il fratello Alexander.. l’inizio di un’avventura che avrà come scopo quello di scoprire il segreto celato tra la giungla dell’isola.

Gabriele, in questa intervista, ci parla della sua esperienza, dei progetti futuri e del rapporto con i lettori.

Ciao Gabriele, come mai hai deciso di intraprendere la strada dell’editoria indipendente per pubblicare la tua saga Jolly Roger?

Ciao Stefania. Inizialmente non è stata una scelta presa in piena coscienza. Quando iniziai a scrivere “La terra di nessuno”, primo volume della saga Jolly Roger, non avevo alcuna ambizione. Il mio obiettivo era quello di poter stampare la mia storia, così da poterla regalare agli amici. Nonostante non pensassi in grande, però, puntai a produrre qualcosa di qualità, contattando un editor professionista che revisionasse il testo e un grafico che creasse una copertina appetibile. Rendendolo disponibile anche in formato digitale mi sono trovato davanti a risultati inaspettati, con l’e-book che ha iniziato a vendere centinaia di copie, portandomi ad aspirare a qualcosa di più e a progettare l’intera saga. Mi è capitato di pensare, durante questi cinque anni, alla possibilità di passare all’editoria, ma il progetto JR ha continuato ad andare così bene che ho preferito mantenermi sulla strada dell’editoria indipendente. A questo aggiungiamo il fatto che un progetto così corposo, fatto di cinque volumi non autoconclusivi, non avrebbe trovato spazio all’interno di molte collane editoriali, soprattutto essendo un esordiente.

La tua saga Jolly Roger si compone di cinque volumi ed ha avuto un ottimo successo di pubblico. Come è nato il progetto e come mai hai deciso di parlare proprio di pirati?

Jolly Roger nasce dalle ceneri di altri manoscritti rimasti nel cassetto dal 2011, periodo in cui ho iniziato a scrivere. Cercavo di creare una storia che mi permettesse di raccontare molteplici punti di vista, in un’ambientazione costituita da diverse fazioni. Cercavo un fulcro dominante a cui avrei tessuto le sottotrame dei protagonisti, qualcosa di coinvolgente e di cui non si fosse abusato troppo in letteratura. Dopo innumerevoli idee, trovai quello che faceva al caso mio: l’epoca della pirateria. L’illuminazione non era frutto del caso. Ai tempi delle scuole, infatti, avevo partecipato ad alcuni giochi di ruolo che trattavano questa tematica e passato qualche anno a creare delle trame di quel genere. Pensandoci, capii che era l’ambientazione che cercavo, questo perché i Caraibi di fine ‘600 erano terra di battaglie tra le principali potenze europee, aggiungendovi anche il pericolo dei pirati e dei corsari. Avevo le mie fazioni, avevo i miei diversi punti di vista e avevo il fulcro che cercavo: il misterioso segreto dell’isola di Puerto Dorado.

La terra di nessuno è il primo volume della saga Jolly Roger, di Gabriele Dolzadelli, autore di spicco dell'editoria indipendente
Il primo volume della saga Jolly Roger

Sei molto attivo sia su facebook – dove hai creato il tuo gruppo “Self Publishing Italia (SPI)”, sia dal vivo con presentazioni e fiere. Come descrivi il rapporto con i lettori? È difficile o entusiasmante parlare dal vivo delle proprie opere?

Credo che, in un mondo a cui si aggiungono migliaia di titoli nuovi ogni anno, i lettori cerchino sempre di più il contatto umano con gli autori che pescano dal mazzo, soprattutto tra gli esordienti e quelli poco noti. Per chi vuole intraprendere la strada della scrittura, dunque, è qualcosa di fondamentale. Questo non solo per una mera faccenda di fidelizzare i lettori, ma anche per la propria psiche. Produrre un’opera costa molto sacrificio, spesso un anno o più di lavoro. Avere dei feedback diretti e poter toccare con mano l’apprezzamento e il calore di chi ti segue è impagabile e alimenta la determinazione a non mollare e a continuare a produrre. Il mio carattere, per fortuna, mi ha molto facilitato in questo. Ammetto, comunque, che una certa dose di ansia, quando si fanno le presentazioni dal vivo, c’è sempre, ma è quella dose di adrenalina che fa solo bene se tenuta sotto controllo. Col tempo e l’esperienza la dimestichezza aumenta.

Leggendo gli articoli sul tuo sito, scopriamo che sei impegnato nella stesura del tuo primo romanzo di fantascienza e spesso pubblichi racconti brevi. Ti piace perciò variare. Quanto è importante per la propria creatività sfidarsi affrontando altre strutture di narrazione o cimentarsi in un genere diverso dal proprio?

L’importanza è relativa. Ci sono scrittori che riescono a passare una vita intera scrivendo sempre lo stesso genere o con la medesima struttura. Dan Brown ha seguito lo stesso schema per gran parte dei suoi romanzi, per fare un esempio. Personalmente trovo molto stimolante la sperimentazione. Mi piace cambiare genere ma anche provare tecniche diverse. Con Jolly Roger avevo voluto provare una storia corale ricca di flashback, un tipo di narrazione che è più presente nelle serie televisive che su carta. Anche per i prossimi progetti ho in mente esperimenti diversi. Un po’ lo faccio perché non mi piace essere etichettato a un tipo di storia specifica (per esempio essere “quello che scrive di pirati”), un po’ perché voglio dimostrare a me stesso di essere in grado di farcela. Spesso nell’ambiente editoriale non è consigliabile variare in questo modo, perché si rischia di perdere parte del proprio seguito e ne sono consapevole. Chi mi ha seguito fino ad ora perché amante del romanzo storico e di quello d’avventura potrebbe non essere interessato alla fantascienza. Però cerco di tenere un punto di riferimento su cui tutti quanti possano ritrovare la mia penna, ossia quella dell’articolato intreccio narrativo e del thriller, che sia moderno, ambientato nel futuro oppure nel lontano passato.

Una domanda a cui, secondo me, nessun indipendente può sottrarsi. Troppo spesso gli autori indipendenti vengono tacciati di essere faciloni, di voler “bypassare” le case editrici, di non aver abbastanza competenza per occuparsi di ogni aspetto della pubblicazione, dalla scrittura fino alla promozione. Un’idea che ovviamente non condivido. Come reagisci davanti a queste obiezioni? Cosa diresti per convincere gli scettici del contrario?

Risponderei dicendo che questi aspetti subiscono gli stessi processi sia in una categoria che nell’altra. Sia un self che un autore edito da piccola/media/grande casa editrice possono essere seguiti da un editor professionale che, oltre a correggere il testo, aiutano l’autore in un percorso di crescita stilistica. La competenza, dunque, si acquisisce. Per quanto riguarda la promozione, anche chi è pubblicato dalle big deve fare soprattutto affidamento alle proprie forze, essere presente sui social, fare presentazioni, eccetera. Le stesse cose che fa un autopubblicato. A volte rispondo con questo semplice ragionamento, altre volte aggiungo l’esempio di autori self che hanno fatto grandi numeri, tanto da attirare le attenzioni delle CE, altre volte ancora lascio perdere, lasciando che siano i miei stessi risultati a parlare o che il tempo porti la persona a cambiare idea. Difatti è successo anche questo. Recentemente, per esempio, un’autrice edita da diverse grandi CE, con cui in passato ho avuto una discussione proprio su questo tema, mi ha detto che le esperienze avute l’hanno fatta ricredere sulla categoria.

Lo scrittore Gabriele Dolzadellli che dal 2014 si è affacciato nel mondo dell'editoria indipendente pubblicando la saga Jolly Roger
Lo scrittore Gabriele Dolzadelli


Collaborazione tra autori. Sempre seguendo le tue pagine social, ho scoperto che sei impegnato in un progetto davvero molto interessante dal titolo “Backup Project” “Quattro autori per quattro romanzi ambientati in un unico universo”. Per quanto mi riguarda, amo quando gli autori condividono i loro mondi letterari, quindi il tuo annuncio mi ha molto incuriosito. Vuoi parlarci di questa idea?

Come dicevo prima, spesso è il mondo televisivo o cinematografico a darmi ispirazione. Sappiamo tutti quanti come sia molto diffuso, ai nostri giorni, l’utilizzo dell’universo condiviso. La Marvel lo ha sdoganato e ha provato a farlo suo anche la DC, la Warner (con il progetto sui personaggi dell’orrore) e altri marchi. Nel mondo letterario non è così diffuso, anche se ci sono casi di grande successo, a volte derivanti proprio dai prodotti cinematografici (come nel caso dell’universo di Star Wars) o videoludici (vedasi Assasin’s Creed) che ha portato alla realizzazione di tanti romanzi scritti da autori diversi. Da lì è nata l’idea, alimentata anche dalla passione che ho per i riferimenti nascosti e gli intrecci (nella saga Jolly Roger, per esempio, ci sono tante citazioni a opere piratesche, da Stevenson ai Goonies, passando per Harlock e Monkey Island). Così ho ideato Backup Project, un mondo narrativo futuristico (tecnicamente uno sci-fi distopico) che coinvolge altri tre autori che stimo e con cui ho una bella amicizia (di cui non vi faccio ancora i nomi). Ognuno di noi, in questi primi quattro romanzi, parlerà di un personaggio differente attraverso storie indipendenti ma legate tra loro. In sostanza, i lettori possono godersi la trama anche senza leggere gli altri libri o seguendo solamente quelli scritti da me o dagli altri scrittori, potendo però cogliere sfumature in più e arricchire la narrazione, andando a scovare tutti i relativi spin-off e romanzi collegati. Si tratta di un progetto molto stimolante, che spero possa durare a lungo e coinvolgere sempre più autori. Questo permetterebbe agli appassionati di avere diversi romanzi nel corso dell’anno a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro.

Il tuo modo di promuoverti è spesso ironico e divertente. Quanto è difficile però, riuscire a farlo con efficacia? Essere indipendenti vuol dire sobbarcarsi anche tutto il lato comunicativo e di promozione, ti piace occuparti di questo aspetto?

Mi piace stare a contatto con le persone, quello sì. In passato ho lavorato nella vendita, nelle assicurazioni e anche quando ho svolto lavori diversi, come nei miei ultimi otto anni da panettiere, la parte che più adoravo era quella della consegne, dove avevo modo di incontrare i clienti, scambiare due parole e coltivare rapporti sociali. Non mi pesa affatto, dunque, conoscere i lettori, chiacchierare insieme e condividere contenuti con loro. La parte che mi pesa di più e con cui ho maggior difficoltà è la gestione della pagina autore, dove Facebook taglia le gambe attraverso gli algoritmi e servono delle strategie pianificate per diffondere i post a tutti i propri follower. Non ho ancora abbastanza competenze a riguardo e mi piacerebbe imparare di più. Al momento, a causa di questa mia inesperienza, sono molto più attivo sul mio profilo personale, dove cerco semplicemente di essere me stesso, per quanto parli poco della mia vita privata.

Parliamo ora invece di scrittura e processo creativo. Quando scrivi segui l’ispirazione o hai bisogno di organizzare le idee tramite scalette e schemi?

Entrambe le cose. In genere, quando ho un’idea, butto la bozza della trama su un taccuino. Su quei fogli ho decine di trame diverse che attendono il momento giusto per essere scritte. Quando l’ispirazione in merito allo stile con cui voglio scriverle arriva, creo una cartella sul computer in cui abbozzo un prologo. Anche in questo caso ne ho diversi e rimangono lì in attesa. La terza fase richiede ancor più tempo. Mentre svolgo le mie attività quotidiane ripenso ai diversi progetti, fino a che non ce ne è uno in particolare che spinga, che cominci a delinearsi nei dettagli e richieda a gran voce di essere raccontato. A quel punto scrivo una scaletta con i punti principali, suddivisi da quelli secondari, capitolo per capitolo. Questo schema mi accompagna per tutta la stesura ma viene più volte riscritto e stravolto, perché la trama difficilmente asseconda l’idea iniziale che avevo avuto.

 Quali sono le attività che aiutano a stimolare la tua creatività?

Non ne ho una in particolare. Mi è capitato di sviluppare un’idea durante una passeggiata, così come mentre lavoro o sto semplicemente nel letto in attesa di dormire. La mia mente viaggia in continuazione.


Leggere è un atto imprescindibile per ogni autore che si rispetti. Le letture che ti hanno lasciato un segno negli ultimi mesi?

Misery (Stephen King), La vera storia del pirata Long John Silver (Bjorn Larsson), L’atlante dell’invisibile (Alessandro Barbaglia) e Mary Read (Michela Piazza).


Case editrici vs Self Publishing. Pro e contro

Il Self Publishing ha come vantaggio di permettere all’autore una totale libertà creativa. Può sperimentare nuovi generi, trame e tematiche poco percorse e tentare degli azzardi che le case editrici non possono permettersi. A questo aggiungiamo la possibilità di fare promozioni a piacimento e il notevole riscontro economico. Il difetto è quello di non poter raggiungere la grande fetta di pubblico che predilige il cartaceo, di essere tagliato fuori dai più importanti concorsi letterari e di avere poco spazio sui media. In più, in Italia c’è ancora molto pregiudizio in merito alla categoria e bisogna darsi davvero tanto da fare per rompere il muro e distinguersi.

Questi fattori portano il Self a vincere facile sulla piccola editoria. In quanto alla medio/grande, tenendo da conto questi pro e contro, direi che ogni progetto va valutato con attenzione. In alcuni casi può essere meglio una strada, in altri casi l’altra.


In base alla tua esperienza, cosa consiglieresti a chi ha un manoscritto chiuso nel cassetto e vorrebbe pubblicarlo?

Gli consiglierei di affidarsi, prima di tutto, a dei beta reader che non siano parenti e amici. In questo modo può vedere se la storia ha un potenziale, se può davvero interessare i lettori e colmare le più grosse lacune. Poi, di valutare le proprie possibilità economiche. Se può permettersi un editor professionale allora è bene farlo, sia nel caso voglia proseguire con il self e sia che voglia cercarsi un agente letterario o contattare delle case editrici. Nel primo caso perché può fare la differenza in termini di vendite e reputazione, nel secondo perché (anche se le CE svolgono poi un ulteriore editing gratuito) le possibilità di essere scelti aumentano in modo esponenziale. Chiaramente bisogna vedere prima se il proprio testo rientri nei cataloghi delle case editrici e rispecchi la linea commerciale che stanno intraprendendo. Per il resto, tentate, consci che il mondo può fare a meno di quanto avete scritto, che avete molto da imparare ma anche che senza osare non si arriva da nessuna parte. In più, abbiate molta pazienza. Le tempistiche in quest’ambiente sono molto lunghe e spesso i risultati migliori arrivano a chi ha saputo attendere il momento giusto.

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