La Foresta Scricchiola

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Il taglialegna vive ai confini della civiltà da quando suo padre ha lasciato la casa in successione; essendo l’unico figlio, tutto è rimasto a lui, soprattutto i debiti di gioco. 

Eh sì, il vecchio era un giocatore incallito e ha portato non poche rogne a sua madre che ora passa l’intera giornata a guardare telequiz e telenovele, con piccoli flaconi di psicofarmaci a farle compagnia sul mobiletto. È una sfinge di carne con occhi vitrei dai riflessi azzurro chiaro, i riflessi del tubo catodico. Già, non ha mai voluto cambiare televisore: troppo affezionata alla bassa definizione e al gracchiare delle casse, quasi fosse un vecchio grammofono. 

Pensa proprio a loro, mentre l’autunno rumoreggia al posarsi dei suoi stivali, uno avanti all’altro. Il tappeto di foglie e rami secchi gli ricorda le patatine sottili che cucina sua moglie. 
Rammenta questo dettaglio perché, stamane, le ha chiesto di cucinarle assieme a un bel piatto di carne.
Sono felici, da quando ha deciso di ritirarsi nella casa paterna, ai confini del mondo civilizzato: niente più caos. Solo l’ordine apparentemente casuale di Madre Terra.
… di Dio, forse?

A lui non sono mai interessati questi discorsi.

Il mucchio di legna è meno di un chilometro alle sue spalle e funge anche da punto di riferimento per non perdersi in questa moltitudine di giganti arborei: pini, soprattutto pini. 
Svolazzando tra le particelle di ossigeno, la resina si clona in aeriforme e si disperde in un gradevole odore pungente. È ovunque e, talvolta, calpestando un mucchietto di aghi, questo ne rilascia ancora come un deodorante casalingo. 
Talvolta, però, la foresta pare giocare con lui e piccoli passi e spezzarsi di rami pungono i sensi iniettando piccole dosi di terrore liquido. 
Silenzio.
Un’altra frattura lignea e il taglialegna si volta di scatto. Diviso tra timore e curiosità, cerca e spera di vedere finalmente una creatura del bosco, una delle tante che i cittadini del piccolo centro vicino non fanno che nominare: cervi, cinghiali, addirittura orsi!
Mai visti, come se si divertissero a far cagare sotto il nuovo arrivato della comunità. Quando è solo, non sempre pensa a cose belle, a volte si perde in un labirinto di immagini e proiezioni oscure, negative. Solo le parole gentili di sua moglie lo riportano ai colori originali della realtà.
E rimembrando proprio alla sua voce, ritorna con lo sguardo a cercare l’origine del rumore.
È in quel momento che, tra un albero e l’altro, scorge una figura femminile che si muove, come i bambini che si nascondono.
Come un fantasma.
Da carne a pietra, il suo corpo non osa un singolo passo ulteriore. Sa bene che lei lo ha visto e non è la prima volta che un’altra persona attraversa quella macchia boschiva. 
Tuttavia, come una cascata fredda, un dettaglio rilevante gli ha disintegrato ogni certezza: era nuda.

La carne pallida è spiccata nell’arazzo di colori caldi del fogliame autunnale.

Ancora, si sforza di attendere, emettendo piccoli sbuffi di vapore a ogni respiro. Fa freddo e star fermo lo costringe a percepire il tocco gelido del terreno duro, persino sotto la spessa suola degli stivali.
Spera di rivederla sbucare dal retro del tronco, dove si è nascosta poco prima.
Silenzio.
“Buongiorno.” 
Sobbalza lui, al percepire la voce della donna, accompagnata da un vento pungente. 
È lì, a pochi passi, senza alcuna veste a coprire le sue grazie. Vene livide scorrono sotto la sua pelle come gelidi fiumi di montagna, sembiante così liscia e sottile da ricordare la seta. È sporca, in alcuni punti, come se la foresta l’avesse sfiorata qui è là.
… e quei capelli. Miele di castagno. 
Il boscaiolo fa un passo indietro, senza alcuna parola. 
“Non sarai un maleducato, forse? Ti ho salutato.” Insiste e ora la vocalità del suo parlato è letteralmente una carezza per la mente. I tocchi della lingua sul palato e lievi ricongiungersi delle labbra baciano la base della nuca.
Piacevoli formicolii scendono la curva della schiena.
Reagisce chiudendo gli occhi per un istante, quel che serve a lei per farsi trovare proprio a un metro, ancora più prossima. 
“Chi sei?” spontaneo. 
“Sì, sei proprio un maleducato.” Lei scuote la testa con un sorriso di compassione, quasi si stesse rapportando con un pargolo.
“Io…” 
“Il mio amore, il mio corpo sono a tua disposizione da tempo, lo sai?” Interroga allungando la mano.
Le pupille sono… non saprebbe descriverle. Affascinanti, riprendono alla perfezione il paesaggio circostante.
È bellissima, nonostante lui si chieda come possa piacerle fisicamente, regalando una sensazione di stranezza nell’osservare quei tratti che, di attimo in attimo, mettono in dubbio la sua umanità.
Senza però accorgersene, l’uomo concede la sua mano tra le dita sottili di lei; sfiora il palmo con il pollice. Ogni sua movenza, ogni suo gesto, ogni suo tocco sono labirinti di piacere.

Da un attimo all’altro, la mano che stringeva la donna, è poggiata alla corteggia di un enorme fusto secolare. Il fiatone sconquassa i polmoni, mentre il clima rigido abbraccia le sue carne in una morsa sempre più letale. Terrorizzato, si guarda attorno, ritrovando immediatamente un piccolo antro tra le radici, all’interno del quale sono ammucchiati i suoi vestiti.
È nudo.
I piedi sono inesistenti, al suo tatto, e fatica persino a compiere brevi passi… nella neve.
È nevicato e la temperatura è sicuramente sotto la soglia di congelamento. Ben al di sotto, perché è inverno.
La realtà è uno schiaffo per la sua ragione e la follia bussa sulla scatola cranica.

Tornato al posteggio della sua auto, il luogo in cui l’aveva lasciata, non trova niente se non altro candido velo stagionali .
Il suo fuoristrada non c’è e pare rimosso da molto tempo; l’assenza delle tracce di pneumatici sono una conferma per questa teoria. Se ancora scavano il terreno, sono coperti da quasi venti centimetri di neve.
Sì, è arrivato l’inverno di certo.

Qualche ora di camminata e una fame da lupi che monta come i vari dubbi sulla sua condizione, e lento giunge alla sua casa. 
Le finestre sono serrate, chiuse.
Non c’è vita.
Con uno scatto arriva a battere frenetico i pugni contro il legno scuro della porta… ed è lì, a pochi metri da lui. Non lo aveva notato: un cartello dell’agenzia immobiliare.

VENDESI.

Questo e altri racconti di Bellard Richmont li trovate qui:

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