C’era una volta…Quentin Tarantino

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L’attesa

L’ultimo lavoro di Tarantino, C’era una volta a… Hollywood, rientra in quella categoria di film la cui uscita è più un evento.
Quelli di cui tanto si è sentito parlare, che aspettavamo con ansia, per cui le indiscrezioni sapientemente trapelate dai media, hanno alzato l’hype fino al momento della prima.

Il regista statunitense infatti è diventato negli anni un riferimento per il cinema cosiddetto “cult”. I suoi grandi capolavori non sono nati grazie a budget da capogiro o pensati per il grande pubblico, ma si sono trasformati in icone sia per lo stile che per l’impatto avuto su una fetta di audience ormai affezionata e devota.

I Simboli

Scene come quelle di Le Iene o di Pulp fiction, sono entrate nell’immaginario collettivo di un certo tipo di cinema, un amalgama di stili e generi considerati di serie b se non addirittura di serie z, che però è riuscito a conquistare il pubblico proprio perché dissonante dai soliti prodotti commerciali e blasonati di Hollywood.

Ci siamo abituati a ridere della violenza, degli stereotipi razziali, ad apprezzare il politically scorrect, le inquadrature improbabili, le prolessi ed analessi che ci hanno traghettato nelle sue sceneggiature più celebri. Il suo stile è da sempre oggetto di studio per gli appassionati, ma è bene lasciare agli esperti cinefili certe digressioni tecniche.

Ciò che sicuramente è sempre stata la spina dorsale dei film di Tarantino è sicuramente il cast. John Travolta, Uma Thurman, Samuel L. Jackson, Tim Roth, Bruce Willis, Steve Buscemi, Chirstoph Waltz, Kurt Russell, sono solo alcuni dei  nomi che hanno saputo dare un volto ed una caratura ai personaggi partoriti dalla mente di Quentin grazie a delle performance magistrali o a brevi, ma simboliche scene.

Non ultimi Brad Pitt e Leonardi DiCaprio, rispettivamente presenti in Bastardi Senza Gloria e Django Unchained, che sono anche i protagonisti dell’ ultima pellicola.

C’era una volta…al cinema

C’era una volta a… Hollywood è stato presentato alla 72° edizione del festival di Cannes ed è stato distribuito nelle sale italiane a partire dal 18 settembre 2019.

E’ il primo film dalla Sony, dopo lo scandalo cha ha coinvolto lo storico produttore  Weinstein.

Prima dell’uscita ci sono state poche indiscrezioni se non quelle sulla trama e sul cast.
Si sapeva infatti che il thriller- drammatico sarebbe stato legato ai fatti di cronaca riguardanti la setta di Charles Manson che nel 1969 ha seminato il panico tra le colline hollywoodiane e che sul set DiCaprio e Brad Pitt sono stati avvistati, più splendenti che mai nei loro pantaloni a zampa, gli occhiali da aviatore e con un sorriso sfacciato.

Oltre ai due divi, nel cast anche Margot Robbie, Al Pacino, Dakota Fanning, Luke Perry e Kurt Russell.

Il film

Se vi aspettate un classico film di Tarantino, mettetevi l’anima in pace perché non lo è. D’altronde non c’è scritto da nessuna parte che un autore debba continuare a rimanere uguale a se stesso, soprattutto qualcuno come Tarantino che non è mai stato alla portata di tutti i palati.

Alcuni degli elementi della tipica struttura “tarantiniana” persistono: una prima parte del film più lenta e discorsiva in contrasto con l’azione presente nella seconda, citazioni ed omaggi ai generei che hanno ispirato il regista  e onanistici easter eggs, in questo caso su tutta la sua filmografia.

Trama

DiCaprio interpreta Rick Dalton, un attore hollywoodiano che ha conosciuto fama e celebrità, ma che sta affrontando l’inizio di un inesorabile declino in cui sembra trascinare anche la sua controfigura, nonché amico e assistente fidato, Brad Pitt nei panni di Cliff Booth.

Questa parte della narrazione è un affresco su come poteva essere Hollywood in quegli anni e come forse è ancora. Spietata verso le proprie creature, una spada di Damocle pronta a colpire tra una festa e l’altra alla Play Boy Mansion chi oggi è in e domani sarà out. Tutto potrebbe dipendere da chi incontri, forse un regista in ascesa o forse uno spietato serial killer nel vialetto davanti casa.

L’intensità dei due attori e il loro carisma, nonché la splendida forma fisica di entrambi, sostengono questa prima parte del film in maniera impeccabile,  non si può non provare empatia per il balbuziente Rick che si aggrappa alla sua carriera e alla bottiglia con tutte le sue forze, mentre la presenza confortante di Cliff rassicura un po’ anche noi, anche dopo qualche rivelazione sul suo passato.

Il ritmo è più lento rispetto quelli a cui siamo abituati, ma lo spettatore viene condotto in una cassa di risonanza dove il film nel film, l’attore che recita la parte dell’attore e che vede se stesso sullo schermo recitare e altri paradossi creano l’illusione a chi guarda, di trovarsi in un film usciti dalla sala alla fine del primo tempo. Strana sensazione.

A rendere tutto più inquietante, la presenza di figure hippie che scorrazzano libere per la città degli angeli, nascondendo dietro l’apparenza algida e spensierata, la follia e il disagio che si celavano alle spalle della Famiglia di Charles Manson. Lo Spahn Ranch mette davvero i brividi.

Chi conosce la storia dei tragici fatti di cronaca che hanno toccato da vicino la famiglia di Roman  Polanksi, saprà che gli eventi si sono svolti in maniera abbastanza diversa e che quella di Tarantino è un re interpretazione della storia che non vuole mancare di rispetto a nessuno (tranne forse a Bruce Lee, a detta della figlia), ma lasciare spazio ad eventuali what if o ad una narrazione a carico dello spettatore.

Conclusioni:

Vale la pena la visione al cinema, ma sicuramente è un film che può dividere i fan di Tarantino, non arriva subito alla bocca dello stomaco come alcuni dei suoi predecessori, ma avvolge lentamente chi riesce  a farsi trascinare da una storia ambientata nel 1969, che comunque vada assicura una colonna sonora strepitosa e psichedelica. Un buon metro di misura per capire se il film vi è piaciuto è la percezione della sua durata. Per qualcuno 161 minuti voleranno, per altri saranno una condanna.

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