Il Post Punk secondo Gazzelle: recensione del nuovo album del cantautore romano.

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Neppure il tempo di abituarsi alle sonorità di “Punk” (uscito il 30/11/2018) e al successo incontrollato di Gazzelle che l’artista sorprende il suo pubblico con un nuovo lavoro.
Il fatto che abbia continuato a pubblicare singoli e inediti, anche subito dopo l’uscita dell’album, ha destato il sospetto che qualcosa di nuovo bollisse in pentola, ma nessuno si sarebbe mai aspettato l’uscita di un nuovo album a meno di un anno dal precedente. E infatti proprio nuovo non è.
“Post Punk” (25/10/2019) non è altro che una riedizione di “Punk” con l’aggiunta di quattro inediti: “Polynesia”, “Settembre”, “Vita paranoia”, “Una canzone che non so”.

“Punk”, Maciste Dischi, 2018.

Non è la prima volta che Gazzelle fa questo scherzetto (sarà che è uscito nei dintorni di Halloween). Anche il suo primo album “Superbattito” (a sua volta uscito poco più di un anno prima del secondo) è stato riedito poco dopo (con il titolo “Megasuperbattito”) con una versione arricchita di due singoli. In quel caso non è stato presentato come nuovo album, ma come la versione deluxe del precedente. Fatto sta che, in una versione o in un’altra, Gazzelle è riuscito a pubblicare quattro album (due album con doppia uscita) in tre anni.
A questo punto è lecito domandarsi se si tratti davvero di un autore molto attivo e prolifico che ha bisogno di lavorare sempre a qualcosa di nuovo e di mantenere vivo il rapporto con il proprio pubblico (motivo per cui il suo pubblico effettivamente lo ama profondamente) o piuttosto di un artista con un’ottima produzione alle spalle, la quale sa bene come rilanciare il valore e il successo dei propri artisti, anche attraverso trovate molto più commerciali che artistiche.
Al di là di ogni ragionevole dubbio, c’è però da riconoscere che il giovane Flavio Bruno Pardini, alias Gazzelle, classe 1989, si è guadagnato, in poco tempo, il successo di pubblico e critica, la stima di colleghi vecchi e nuovi (con i quali spesso collabora o omaggia, come nel caso della sua “Sally” di De Andrè, per il progetto “Faber Nostrum”) e un consenso sempre più crescente, soprattutto tra i giovanissimi.
Con quel suo stile melodico, ma un po’ ruvido; vivace, ma un po’ cupo; ironico, ma un po’ amaro; malinconico, ma un po’arrabbiato, incerto, ma un po’ rassicurante, Gazzelle ha fatto breccia nei cuori di molti. Non solo giovanissimi, in verità, perché forse è la generazione dei più grandi che si riconosce nella fragilità di chi è sopravvissuto agli anni novanta e da questi trae l’andatura un po’ sbilenca, il modo di parlare biascicato e dilatato, l’aspetto malconcio, i giubottini abbottonati fino al collo, abbinati a degli improbabili occhiali da sole e un’inconfondibile tenerezza al sapore di rimpianto.
E allora non importa se Gazzelle ha tutta l’aria di un ragazzino annoiato e viziato di Roma Nord, con l’atteggiamento spocchioso di un adolescente assonnato seduto scomposto all’ultimo banco, che abusa di termini che non gli appartengono (perché in lui e nella sua musica di Punk e di Post Punk non c’è proprio nulla) e di arrangiamenti ruffiani, sintetici nei suoni e negli effetti; la cosa che conta piuttosto è l’uso di una altrettanto ricca terminologia che invece costruisce (o restituisce) un immaginario in cui in molti si riconoscono, grazie anche ad atmosfere musicali sempre calde e avvolgenti.

Gazzelle live.

Quel ragazzino un po’ capriccioso e sempre scontento, ma che ancora ricorda “Lo zucchero filato” in “Superbattito”, è la voce del “fanciullino” che ognuno porta con sé, dentro di sé. E’ un fanciullo col broncio, come chi si appresta ad entrare nell’adolescenza o dalla quale, piuttosto, non intende più uscire. Da lui ci si lascia prendere per mano e accompagnare nell’ascolto dei nuovi tredici brani appena pubblicati, che in buona parte nuovi non sono, ma che, se già avevano convinto un anno fa, è un gran piacere ritrovarli ora, in compagnia dei quattro nuovi arrivati.
Il “No future” della cultura Punk diventa la ripetizione di un passato riadattato nel “Post Punk” di Gazzelle.
In questo (non)nuovo album c’è poco di innovativo, ma c’è una grande intuizione “che somiglia a una rivoluzione” (come dice in “Vita paranoia”), seppure nel senso gattopardiano del “se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”.
La tracklist  è rimasta perlopiù com’era, ma effettivamente è cambiato tutto: titolo, copertina, singoli, album, segnando un (semi)nuovo successo di un cantautore bravo e ancora una volta convincente.
E allora, tra acronimi e termini gergali, attraversando il “Punk” che è solo un sapore (“di torta al cioccolato”) esotico come la “Polynesia”, si passa “Sopra” “Tutta la vita” per scoprire che “Non c’è niente” se non “Scintille” e non resta che affidarsi a qualcuno a cui chiedere “Coprimi le spalle”, per non finire in una “Vita paranoia” o a scrivere “Una canzone che non so”.
Forse il Post Punk è racchiuso tutto in questa incertezza, con la quale l’album si chiude dolcemente e della quale Gazzelle è un abile e impeccabile cantore.

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