Esiste la musica dopo la morte?

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Della scomparsa del loro frontman, Keith Flint, deceduto il 4 marzo scorso, se ne sta ampiamente parlando e seguiranno nei prossimi mesi ulteriori speculazioni sulla sua morte.

In queste nefaste circostanze in cui si perde troppo prematuramente un musicista, gli appassionati più che scavare nella vita privata di un’ artista, dovrebbero concentrarsi per celebrare la sua vita e il suo lascito musicale.

I social e le radio per qualche giorno risuoneranno ancora Smack my bitch up e Firestarter e la stragrande maggioranza degli utenti probabilmente non rappresenta esattamente il prototipo del fan della prima ora dei Prodigy, ma è proprio in queste situazioni che si acquista consapevolezza su cosa ha rappresentato il prodotto musicale di un artista.

Emerge che praticamente tutti quelli nati a cavallo tra gli anni 80 e 90, si sono lasciati coinvolgere almeno una volta dal sound lisergico e potente dei Prodigy, dai video di impronta quasi cyberpunk, con quel tizio in primo piano a metà tra Johnny Rotten e un cattivo di Ken Shiro, che tra l’altro disgustava quasi tutte le nostre madri sintonizzate su MTV (ed proprio per questo ci piaceva tanto, aggiungo io).

Le origini

La miscela esplosiva fu inventata agli inizi degli anni  ’90, da Liam Howlett, Maxim Reality e naturalmente Keith Flint, che inizialmente doveva essere solo un performer da palcoscenico  e poi divenne vocalist. Howlett invento` l’ ipercinetica What Evil Lurks (1991) e soprattutto Charly (1991), tracce da ballo che facevano leva praticamente soltanto sul brio, ma che crearono di fatto un genere a se stante, secondo l’esperto di storia della musica Scaruffi.

Poi arrivò Experience nel ’92, Music For The Jilted Generation tre anni dopo, fino ad arrivare all’album manifesto,The Fat Of The Land del 1997, che è la sintesi del vero prodigio compiuto dalla band. Sono seguiti altri 4 album in studio, uno live e due raccolte, oltre ai vari progetti solisti.
La band entra a pieno titolo tra i nomi del Big Beat inglese, formando la sacra trinità insieme a Fat Boy Slim e Chemical Brothers.

Il prodigio

La vera forza dell’album Fat of the Land, ma anche di tutta la loro produzione, è stata quella di combinare tutti i generi della fine del secolo scorso. Furore punk, liriche hip hop, sonorità elettroniche, musica ambient ed heavy metal, il tutto portando la cultura rave alla portata di tutti. Quella stessa cultura che spesso si muove nell’illegalità dei ritrovi i quali ancora oggi si svolgono esclusivamente tramite passaparola con un linguaggio più simile ai segnali di fumo e poco affine ai comuni mezzi di comunicazione.

Tutti, grazie ai Prodigy, abbiamo potuto assaporare un po’ di quell’atmosfera proibita ed estrema e chiunque si è sentito autorizzato a dimenarsi senza pensare troppo al fatto che non fosse proprio nelle corde della propria cultura di appartenenza.

9 agosto 2015, Keith Flint dei The Prodigy, si esibisce al 10° festival annuale Pentaport Rock Festival ad Incheon, (Photo by ED JONES / AFP)

Quindi GRAZIE di cuore a Keith, per aver contribuito a creare l’universo della musica dei Prodigy, uno spazio dove tutti si sono sentiti liberi di ballare senza compromessi e senza distinzioni.

R.i.p.

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